Via dall’incubo

Ero sul divano, bello comodo, al caldo, con una tisana ai frutti di bosco tra le mani, al confine tra l’abbiocco post cena e la pace eterna… quando scorrendo tra la lista film di Netflix mi imbatto nel titolo “Via dall’incubo”. Categoria Thriller. Certo, non è un horror ma neanche una commedia. Nonostante ciò, decido di vederlo. Gli do una possibilità.

All’inizio, una storia abbastanza tranquilla. Entro i primi 15 minuti di film sembra essere tutto risolto… e invece.

[Attenzione Spoiler] Piccola sintesi: il marito la tradisce, lei lo scopre, lui la picchia e minaccia di far del male alla figlia. Fine prima parte.

 

Seconda parte: lei, con l’aiuto degli amici e del “miglior padre surrogato”, scappa con la figlia. Lui le promette che si riprenderà la figlia. Inizia a stalkerarla. La pedina, irrompe nei motel scassinando la porta con tanta brutalità (ma alla fine chi paga?) e facendo tanta scena in mezzo alla strada. Normale quotidianità, insomma. Lei cambia stato più volte. Finalmente riesce a trasferirsi in una villetta nel Northern Michigan e rifarsi, più o meno, una vita con la figlia.

Lui però, riesce a trovarla anche lì e dopo un inseguimento alla “Fast and Furious” scappa dal paese. Lascia la bambina nelle mani della sua miglior amica e si scrive ad un corso accelerato di auto difesa.

Dopo un mese, torna dal marito. Lo trova nella nuova casa con una nuova amante (una biondona niente male, devo dire…). Aspetta che esca per andare al lavoro e si mette all’opera nel suo diabolico piano:

  • Fase 1: trovare pistole o qualsiasi altra arma e nasconderla nei posti più improponibili;
  • Fase 2: montare una macchina che renda inutilizzabili tutti i telefoni/cellulari;
  • Fase 3: misurare gli spazi tra un mobile e l’altro per capire dove muoversi durante la battaglia;
  • Fase 4: prepararsi al combattimento.

Obiettivo: ucciderlo.

Per par condicio non vi dico il finale.

Stop al film.

Resto con una puntina di amaro in bocca. Un film nel complesso abbastanza normale. Né troppo veloce e né troppo lento. Rispetta la sua categoria. Tanta ansia. Più volte ho pensato di staccare e cambiare film. Magari anche categoria. Un film di Checco Zalone? No, li ho visti 100 volte. Cinepanettoni? Oh, ti prego…

Il finale. Ecco qual è il problema: il finale… Mi ha lasciato perplesso.

È un film che vuole mostrare la vera essenza della violenza domestica. In questo caso si parla di uomo contro donna (il contrario non avrebbe sicuramente fatto scena. Un uomo che si fa violentare da una donna… Scandaloso!). La picchia, la minaccia, la segue, la opprime. Non le permette di scappare, di rifarsi una vita. La vuole possedere.

Lei, stanca di scappare, si iscrive al corso di auto difesa. Quanti corsi del genere sono stati organizzati negli ultimi anni con il solo scopo di aiutare le vittime della violenza. Qui, però, l’auto difesa diventa automaticamente “auto-attacco”. È lei presentarsi a casa del marito, il carnefice. È lei a preparare il campo di battaglia. È lei a sfidarlo in campo aperto. Ed è ancora lei a fare la prima mossa. A provocare.

Alla fine, quando lui è a terra stremato, sanguinante, si ricorda che non può ucciderlo. Che non è quel tipo di persona. Quindi? La morale dov’è? Se la legge non ti accompagna è giusto farsi giustizia da soli? È giusto decidere la vita o la morte di un uomo o di una donna? È giusto rispondere al fuoco con il fuoco? Alla violenza con altra violenza?

Se pensate che sia corretto così, allora non ha senso parlare di leggi e di giustizia. Perché uccidere o fare violenza, in generale, non è giusto. Mai!

 

Danilo Leone

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