Storia di lotte per la libertà

Nel 1970 il parlamento italiano approva la legge “Fortuna-Baslini”, con la quale si introduce il divorzio. Boom! Tale approvazione scatenò una tempesta. Fu tensione alle stelle. Questo diritto fondamentale – e che a noi moderni risulta addirittura banale – mobilitò masse di cattomoralisti indignati. Quattro anni dopo – tanto, si pensava, fu il clamore e l’inaccettabilità che aveva suscitato tra gli italiani – il popolo fu chiamato alle urne. Apparvero cartelli antidivorzisti in tutta Italia. Recitavano “Donna italiana col tuo voto salva la tua famiglia e l’Italia”; “Il divorzio lacera la famiglia”ecc. E chi può dire il contrario, ci è lecito pensare. Tuttavia, bisogna conoscere l’alta faccia della Storia. Giovanni Negri (i cui genitori si erano separati quando ancora il divorzio era illegale in Italia) scrive: “Io ero figlio di genitori separati, non avevo ancora diciotto anni e dai miei dodici quello stato di impresentabilità mi era pesato dentro e addosso. Mi avevano infilato, i miei genitori, al Collegio San Giuseppe di Torino. Avevo le lenzuola numero 49, il cuscino 49, l’asciugamano 49. Torinese, non sapevo cosa dire agli altri interni, non volevo spiegare perché stavo in collegio e, se proprio dovevo, mentivo, dicendo che i miei genitori erano malati. Perciò, quando fu approvata la legge sul divorzio volli uscire da quel collegio e correre a casa a testa alta perché non dovevo più vergognarmi, né nascondere nulla. Finalmente gridavo al mondo che anche i miei genitori erano stati ammessi, accettati, che non erano più dei fuorilegge del matrimonio. E fu lì, nel salone di casa a Torino, che tutto iniziò quando vidi un tizio in tv. Non era Pannella, era Fanfani. E diceva : “E’ in nome dei figli dei genitori separati che vi chiedo di cancellare la legge sul divorzio. Pensate al loro dolore, a quanto hanno sofferto, alla loro vergogna: abrogare il divorzio è un atto di civiltà”. Fu quello l’attimo in cui il dolore di un adolescente si fece volontà, e la rabbia diventò rappresaglia civile. 

Il referendum fu vinto, io piansi di gioia e con quell’emozione dentro – a casa, in cucina – scartai finalmente il pacco di giornali spediti da Roma almeno una settimana prima, con l’ordine categorico di non aprirlo sino alla chiusura delle urne. Quando lo feci, rimasi a bocca aperta. Il giornale si chiamava Liberazione, e a caratteri cubitali aveva questo titolo: “Il no ha vinto”>. E vinse con il 59.1 %. Una vittoria della libertà, intesa nel suo senso più profondo, moderno, radicale. Grazie ad alcuni eroi che non possiamo permetterci di dimenticare (Pannella, Fortuna, Basini, Bonnino e tanti altri) 
Nel 1978, gli Italiani sentono per la prima volta parlare di “aborto assistito”. Assistito clinicamente. Perché vi pensate che prima, in una condizione, a mio parere, più paternalistica dello Stato, quando era proibito divorziarsi o abortire, queste pratica non si facessero, ma il vento satanico della modernità le ha portate con sé, macchiando indelebilmente la coscienza del Paese? Non credo proprio. Il racconto di Giovanni Negri – e tanti altri ascoltati da chi viveva all’epoca– ci fa capire quanto fosse diffuso, anche in quegli anni, divorziarsi, e, allo stesso modo, quante gravidanze non desiderate venissero interrotte all’interno delle mura domestiche, provocando, a causa delle successive infezioni, la morte di centinaia di donne. Ma no; all’epoca, in nome di una morale ancora non superata, non si poteva permettere che queste cose accadessero alla luce del Sole, dunque dovevano essere illegali. Come se quella frangia oltranzista e conservatrice, tipica degli italiani, preferisse bendarsi gli occhi, sentire gli schiamazzi di dolore delle donne che ammazzavano i propri feti da sole, e condannarle, pur di avere la coscienza pulita. Che poi, che coscienza? Dato che una buona percentuale di quegli stessi oppositori politici verranno tirati in ballo nei più grandi scandali della politica italiana dei decenni successivi? 

Ma veniamo a noi.

Luca Coscioni, malato di sclerosi laterale amiotrofica, che lentamente lo condanna a una degenerazione dei muscoli. Voleva morire, in maniera indolore, ma non poté farlo, perché in Italia non esisteva una legge che disciplinava la libertà dell’individuo su sé stesso, nel momento più delicato e su cui nessun’altro, se non sé stesso, può parlare: il dolore.

Welby. Poeta, scrittore, giornalista – nonché appassionato fan di Bob Dylan, come me- affetto da distrofia muscolare, che da quando è piccolo progressivamente lo riduce immobile nel suo letto, chiede di porre fine alle sue sofferenze. Ma in Italia non si può fare. Il suo medico staccherà “la spina” – secondo la sua volontà – nel 2006. Verrà processato, ma nel 2007 il GUP di Roma lo proscioglie. Perché il fatto non costituisce reato. 

E poi il caso di DJ Fabo, che ha scosso un po’ tutti, e che un po’ tutti conosciamo.

Venerdì 15 Dicembre 2017. Una data storica. Con 181 voti, il Senato approva la legge sul Biotestamento, grazie alla quale ognuno di noi – e, purtroppo per qualcuno, bisogna riferire che nell’ognuno di noi, ossia membri attivi formanti il popolo italiano, c’è chi, della morale religiosa, se ne frega, eppure esiste – può decidere che fare in quel momento suddetto e sul quale nessuno può proferire parola. Poi leggo il post di un prete il quale afferma che “l’approvazione di questa legge così disumana significa l’avvento del Signore Gesù che si sta avvicinando, la sua condanna è alle porte…”, e molti italioti che commentano sgomenti di quello che è appena accaduto definendolo inaccettabile, immorale (e sono certo gran parte di loro di morale, non avrà fatto nessun esame, e la legge, nemmeno sa cosa preveda). 

Sicuramente la sfera religiosa, grande influenza ha sul popolo italiano, e sulle sue scelte. Ma, sarebbe più opportuno regolamentare le cose “immorali” (prego chi conosce il confine tra ciò che è immorale e ciò che è morale a riferirmelo), evitando che avvengano – perché avvengono comunque, il mondo non è tutto rose e fiori- provocando la vergogna di un bambino, la morte di una donna, la cui gravidanza involontaria è stata causata da uno strupro, la sofferenza di chi vuole morire ma non può farlo perché qualcuno glielo impedisce, o bendarsi gli occhi in nome di una non ben precisata Giustizia? 

Questo accade quando, al mondo degli uomini – che, al momento, è ciò che è Realtà – si antepone la superstizione. E accade anche quando, non essendo noi protagonisti del divorzio dei nostri genitori, di una gravidanza non voluta, di una malattia che ci immobilizza, ci permettiamo di giudicare le scelte altrui. Ma poi, vi vorrei vedere in quelle circostanze…

Umberto Sperti 

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