La formazione universitaria oggi, tra crisi del presente ed innovazione verso il futurodi Antonio Eduardo Favale

​E così, anche quest’anno, è all’avvio il nuovo anno accademico.  

Nel recepire l’attenzione fondamentale che il Governo Italiano mostra (ancora?) nei confronti del mondo universitario non possiamo, altresì, non sottolineare, come mai quanto adesso, il mondo della Ricerca sia stato volutamente scollegato dal più genuino tessuto produttivo nazionale. Ciò, per acclarate ed insindacabili mancanze nella preparazione economico-politica della classe dirigente italiana nei confronti dei processi di Innovazione: e bensì unica porta storicamente accertata di conduzione verso il continuo e costante rivolgimento tecnologico nell’attività produttiva. 

Eppure, nel contesto meridionale, desolatamente privo di investimenti per la Ricerca scientifica, sia pubblici che – a maggior ragione, da dichiarare con fermezza – privati, proprio a Taranto, sede privilegiata dell’ateneo pugliese centrale dell’Università di Bari Aldo Moro, si muovono spunti laboratoriali notevoli, come organizzazione della Ricerca e come gestione dello studentato, degni di nota: in una città metropolitana postindustriale in cui, ove condotto propriamente si può generare – acclarato da più parti – un processo innovativo degno della migliore tradizione europea. In tal senso, come emerge dal lavoro del gruppo merceologico guidato dal Direttore del Dipartimento Jonico Taranto, Prof. Bruno Notarnicola, gli studi e le ricerche effettuate, in particolar modo sul versante ecologico-industriale, dimostrano la chiara fattibilità orientata ad una possibile progettazione urbana sostenibile in ambito industriale integrato – tanto il così detto Distripark, quanto un prospetto economico reale della leggibilità turistico-culturale del territorio. D’altro canto, il consesso giuridico del dipartimento, guidato dal Prof. Francesco Mastroberti,  mira alle ricerche tanto ambientali e sempre più eco-sostenibili, quanto ad una moderna evoluzione dei sistemi giuridici complessi in ambito mediterraneo. Già a Taranto, brilla un’Italia capovolta: finalmente. 

Difatti, è oggi evidentissimo a tutti il grave stato di prostrazione e di ingiusta soggezione della Ricerca scientifica nei confronti dei pubblici poteri governativi: ciò, per via della triste serie di norme vessatorie nei confronti del mondo dell’Università e della Ricerca, che solo apparentemente puntavano ad una forma di “riordino”, e che, invece, si sono dimostrate l’ennesimo taglio di fondi ai danni del mondo accademico, soprattutto pubblico.  Siamo, purtroppo, gli ultimi in Europa e nell’area OCSE, in quanto a spesa pubblica pro-capite a favore della ricerca scientifica. 

Eppure, senza Ricerca non vi è futuro, giacchè tutti i processi evolutivi di stampo economico-politico hanno luogo in primis e da sempre, nell’evo moderno, in un laboratorio, in un’aula universitaria, in una biblioteca-mediateca: e solo dopo, vengono sinergicamente spesi nel mondo della produzione aziendale. Come si può pensare – solo come esempio – di produrre un nuovo pneumatico tecnologicamente innovativo, in Italia, e ancor di più nel Nuovo Mezzogiorno che si intende disegnare nelle sfere governative, se non viene prima chiarito l’esatto processo merceologico che conduce ad un sano e pressoché azzerato impatto ambientale riguardante la produzione di tale Innovazione, ed il suo relativo apparato giuridico-normativo? Come si può immaginare di condurre in senso positivamente internazionalizzato il management di tale nuova produzione aziendale, basata sullo sviluppo scientifico ad esso precedente, se le nostre aule universitarie non vengono munite dei più avanzati accorgimenti? Se i docenti, pur bravissimi in esse operanti, spesso formati post-lauream nei migliori atenei stranieri, vengono maltrattati ad ogni buon momento, da qualsiasi governo in carica, di ogni colore? Ciò pone dei gravi interrogativi riguardo al futuro della nostra classe professionale giovanile, la classe dirigente del Domani. 

Non possiamo, infatti, lasciare che quattro, cinque, sei giovani cittadini jonici (e meridionali in genere) su dieci, preparati, laureati, specializzati, partano per le più remote località, non solo, (e non più tanto) italiane, ma spesso europee, soltanto perché lì vi sono le possibilità per un concreto collegamento tra Ricerca e Industria, tra sviluppo tecnologico e produzione aziendale, tra processi di internazionalizzazione e sinergie politiche sul territorio. L’internazionalizzazione non è una vuota espressione linguistica da “commentare” – bensì, una fattiva attuazione d’indirizzo su cui operare: l’indirizzo dell’Innovazione verso il Futuro. 
Prof. Antonio Eduardo Favale

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