Non ascoltare la paura è grave quasi quanto fomentarla.

wp-image-1605089413Camminando per le vie non centrali del borgo, nell’arteria via Principe Amedeo e nelle sue traverse, mi sono accorto dell’alta concentrazione di migranti che vivono o frequentano quella zona, fenomeno non presente ad esempio nel quartiere in cui vivo, Tre Carrare – Battisti. Quella parte del borgo è in fase di degrado già da alcuni anni: tanti storici negozi chiusi, locali sfitti e valore degli immobili in caduta libera. Il degrado produce degrado, e così che il basso valore degli immobili si è tramutato in una grossa occasione per le cooperative di appropriarsene per ospitare i migranti, tanto che alcune di queste cooperative hanno impiegato palazzi interi per questo servizio. Io non ho nulla contro chi ha un origine o una religione diversa dalla mia, ma ho moltissime perplessità sulla situazione specifica che si sta creando a Taranto. Nel manuale SPRAR, ossia il manuale europeo dell’accoglienza, sono elencate le modalità per attuare una “buona accoglienza”, tra cui sono espressamente favoriti gli appartamenti autogestiti dagli ospiti, con un massimo di 4 persone per appartamento, in modo da favorire l’integrazione e non ostacolare la regolare vita degli altri residenti; a Taranto invece si cerca la zona più povera (perciò economicamente più vantaggiosa) in cui ospitare centri di medie e grandi dimensioni. Questa pratica probabilmente non tiene conto delle difficoltà di chi giunge in Italia per essere accolto, che quando va bene porta con sé un bagaglio di povertà e futuro negato da provare a riscrivere, quando va male è un bagaglio pieno di chissà quali abusi subiti e visti che sconvolgerebbero la psiche di qualunque essere umano. Inoltre, non riesco a sapere quanti sono i migranti ospitati a Taranto, e sarebbe importante saperlo per fare un confronto con la media nazionale, che è 2,4 profughi ogni 1.000 abitanti; perciò nel territorio del Comune di Taranto dovrebbe essere circa 500. Chi, come me, si definisce progressista, sappia che negare il problema dell’accoglienza a Taranto equivale a fomentare l’odio. Invece dovremmo aprire gli occhi e iniziare a discutere seriamente sulle conseguenze della presenza del hotspot sul nostro territorio e sulle soluzioni per evitare la deriva razzista di molti nostri concittadini.

 

Claudio Leone 

Presidente Rete Civile 

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